Sempre più spesso, sorprendentemente anche da parte di “addetti ai lavori”, è frequente sentire parlare
indifferentemente di adozione ed affidamento, quasi fossero sinonimi, mentre si tratta di termini che
rimandano a due istituti giuridicamente ben distinti ed anzi potenzialmente antitetici. Già dal punto di
vista etimologico la differenza non potrebbe essere più evidente: adottare significa far proprio, scegliere per
sé, affidare, invece, vuol dire consegnare alla custodia di un terzo. L’adozione ha un carattere radicale,
definitivo che è, invece, assente nell’affido dove la parola chiave è temporaneità. Recita l’art. 2 della Legge
n. 183/1984: “il minore temporaneamente privo di un ambiente familiare idoneo […] è affidato ad una
famiglia, preferibilmente con figli minori, o ad una persona singola, in grado di assicurargli il mantenimento,
l’educazione, l’istruzione e le relazioni affettive di cui ha bisogno”. Alla famiglia affidataria si chiede, dunque,
di accogliere il figlio di altri come proprio, ma “a tempo”: collocare il minore in un contesto non disfunzionale,
quale appunto quello della famiglia affidataria, ha, infatti, come obiettivo il suo ritorno nella famiglia di
origine. Come è stato efficacemente sottolineato l’affidamento, diversamente dall’adozione, si pone “in
un’ottica di affiancamento e non di sostituzione della famiglia naturale”. 1 In questa prospettiva la situazione
che giustifica l’affidamento etero-familiare e quella che conduce alla pronuncia di adottabilità, si
differenzierebbero soltanto per la prognosi in quanto “la mancanza di un ambiente familiare idoneo è
considerata, nel primo caso, temporanea e superabile con il decreto di affidamento, mentre, nel secondo
caso, si ritiene essa sia insuperabile e che non vi si possa ovviare se non per il tramite della dichiarazione di
adottabilità” (Cassazione Civile, sentenza n. 938/1992). Se l’adozione nasce per dare una famiglia ad un
bambino in stato di abbandono e quindi privo di una famiglia (ipotesi a cui è equiparabile una famiglia
irrimediabilmente distruttiva ed incapace di offrire un contesto relazionale adeguato), l’affidamento
familiare ha, invece, come espressa finalità quella di supportare una famiglia in difficoltà implicando
la promozione tanto del minore quanto della famiglia stessa. Ne consegue che quest’ultima dovrà
essere informata e coinvolta in tutte le fasi del progetto di affidamento, nonché cooperare con tutti gli attori in
gioco (principalmente i genitori affidatari ed i Servizi Sociali) per il positivo epilogo del suddetto che, come
chiarito, coincide (o quantomeno dovrebbe coincidere) con il reingresso del minore in famiglia. Ai genitori
biologici si chiede di (ri)acquistare la capacità di gestire il proprio ruolo rimuovendo gli ostacoli che
precludono l’esercizio di una piena funzione educativa (ad esempio affrancandosi dalla dipendenza da alcol
o stupefacenti). Occorre, invece, rifuggire dalla tentazione di confrontare i modelli educativi proposti dalle
due famiglie, affidataria e di origine: “l’ordinamento giuridico, complessivamente inteso, considera
preminente la crescita del minore nell’ambito della famiglia di origine escludendo, conseguentemente, ogni
tipo di raffronto fra il progetto di vita offerto dalla famiglia di origine e quello, eventualmente più desiderabile,
presente nella famiglia affidataria” (Cassazione Civile, sentenza n. 12491/2000).
Nel nostro ordinamento vi sono due tipologie di affido: consensuale e disposto in via giudiziale. La prima,
enunciata nel comma 1 dell’art. 4 della già citata legge 183/84, afferma: ” L’affidamento familiare e’ disposto
dal servizio sociale locale, previo consenso manifestato dai genitori o dal genitore esercente la
responsabilità genitoriale, ovvero dal tutore, sentito il minore che ha compiuto gli anni dodici e anche il
minore di eta’ inferiore, in considerazione della sua capacita’ di discernimento. Il giudice tutelare del
1 Greco O. (2006), Il lavoro clinico con le famiglie complesse. Il test La doppia luna nella ricerca e nella terapia,
Franco Angeli, Milano.
luogo ove si trova il minore rende esecutivo il provvedimento con decreto” . L’affido c.d. giudiziale è, invece,
previsto all’art. 4, comma 2 che recita: ” ove manchi l’assenso dei genitori esercenti la responsabilità
genitoriale o del tutore, provvede il tribunale per i minorenni. Si applicano gli articoli 330 e seguenti del
codice civile”. Più correttamente si dovrebbe dire che, nell’ambito dei procedimenti ex art. 330 e seguenti,
ove ravvisi il rischio di un pregiudizio per il minore legato alla condotta dei genitori, il Tribunale per i
Minorenni ne può limitare la potestà (oggi responsabilità genitoriale), assumendo i provvedimenti ritenuti
necessari incluso, nei casi più gravi, il temporaneo allontanamento del minore. Diversamente da quanto
sono soliti suggerire i mass media, ossia che il Tribunale per i Minorenni “sottragga” con fin troppa facilità i
figli alle famiglie, in realtà, per costante orientamento giurisprudenziale (ad esempio Tribunale per i
Minorenni di Firenze, 27.06.2000; Tribunale per i Minorenni di Messina, 23.09.2003), dapprima si adottano i
provvedimenti meno invasivi e, solamente in caso di insuccesso o in situazioni di particolare gravità, quelli
via via più incisivi.
Del resto l’affido stesso è uno strumento di tutela duttile ed adattabile a bisogni diversificati ed in potenziale
evoluzione: così, ad esempio, può essere a tempo pieno quando il minore si trasferisce a vivere presso la
famiglia affidataria per un periodo di tempo variabile oppure a tempo parziale quando il minore trascorre con
gli affidatari solo una parte della giornata (ad esempio il pomeriggio dopo la scuola) oppure alcuni giorni
della settimana.
Ad oggi solo una percentuale contenuta degli affidi si fonda sul consenso, mentre la maggior parte resta di
carattere giudiziale. Si tratta di un dato su cui riflettere. Senza voler trarre facili conclusioni è possibile che la
reticenza delle famiglie sia legata alla scarsa conoscenza dell’istituto e soprattutto al diffuso pregiudizio che
porta i genitori naturali a vedere in quelli affidatari dei nemici anziché degli alleati.
Ad ogni buon conto, anche quando l’affidamento non è condiviso, ma imposto dall’autorità, non si può
prescindere dal coinvolgimento della famiglia di origine, anzi promuoverne la consapevolezza rispetto alle
proprie difficoltà, evidentemente carente, diviene uno dei capisaldi del progetto.
Per quanto riguarda la tempistica, l’art. 2, comma 4 stabilisce che “deve inoltre essere indicato il periodo di
presumibile durata dell’affidamento che deve essere rapportabile al complesso degli interventi volti al
recupero della famiglia d’origine. Tale periodo non può superare la durata di 24 mesi ed è prorogabile dal
tribunale per i minorenni, qualora la sospensione dell’affidamento rechi pregiudizio al minore”.
La norma, oltre ad indicare il periodo di affidamento, prevede anche che ogni successivo intervento sul
minore sia di esclusiva competenza del Tribunale per i Minorenni. In altre parole, se l’affido consensuale non
si conclude nei ventiquattro mesi previsti, non è più il giudice tutelare che decide la proroga, ma viene aperta
una posizione presso il Tribunale per i Minorenni che valuta se permangono condizioni di pregiudizio per il
minore posticipandone in tal caso il reingresso in famiglia.
L’affido, così come è stato concepito dal legislatore e qui sinteticamente descritto, dovrebbe essere
circoscritto nel tempo, un tempo, come si è visto, rapportabile all’avvio di un’azione di recupero della famiglia
di origine, e dunque conseguente ad un articolato progetto di intervento. La temporaneità non deve,
invece, tradursi in precarietà tanto della progettazione quanto delle relazioni.
Nei fatti, invece, molti affidi si protraggono ben oltre i due anni stabiliti dalla legge divenendo a tempo
indeterminato: in assenza di istituti giuridici alternativi, là dove il legame con i genitori biologici non sia del
tutto disfunzionale o comunque manchino i presupposti per dichiarare lo stato di adottabilità, si realizzano dei
progetti dove la qualifica di affido è solo formale mancando il carattere temporaneo che caratterizza l’istituto
e negli intenti del legislatore lo distingue dall’adozione.
L’esistenza di questi affidamenti sine die, privi di una chiara cornice normativa, suggerisce forse l’opportunità
di ripensare l’istituto dell’affido.
Il legislatore si è mostrato, almeno in parte, sensibile rispetto a questa necessità: con la legge n. 173/15 sulla
c.d. continuità affettiva ha, infatti, introdotto una corsia preferenziale per le adozioni da parte delle famiglie
affidatarie quando, rivelatosi impossibile il recupero della famiglia di origine, il minore venga dichiarato in
stato di abbandono e quindi adottabile. Il Tribunale per i Minorenni dovrà tener conto, nel decidere
sull’adozione, dei “legami affettivi significativi” e del “rapporto stabile e duraturo consolidatosi tra il minore e
la famiglia affidataria”. A monte della nuova legge c’è, dunque, la consapevolezza di come la complessità
delle concrete situazioni familiari non permetta sempre di effettuare sicure prognosi riguardo alla loro
evoluzione.
Ovviamente rimane aperto il problema rispetto a tutte quelle situazioni di semi-abbandono del minore ove
non appare opportuno, nell’interesse di quest’ultimo, recidere definitivamente il legame con i genitori biologici
per la valenza affettiva parzialmente positiva che la relazione comunque riveste, ma al contempo appare
irrealistico ipotizzare un ritorno ‘a casa’ (si pensi, ad esempio, ai genitori con fragilità psichiche che ne
compromettono la funzione genitoriale).
Nel nostro Paese, infatti, la legge sull’adozione (art. 27 della L. n. 184 del 1983) prevede che il minore
adottato assuma lo stato di figlio legittimo degli adottanti e che cessino completamente i rapporti dell’adottato
con la famiglia di origine. In Italia non vi è dunque una legge che disciplini l’adozione mite o aperta, istituti
che interessano, invece, le esperienze di altri paesi, ad esempio quelli anglosassoni. Malgrado ciò, in alcuni
casi, attraverso un’interpretazione ampia dell’art. 44 lettera d) della legge n. 184/83, è stato confermato sul
piano giuridico quanto già in atto sul piano della realtà ossia “il progressivo radicamento del minore nella
famiglia affidataria, senza che sia stato cancellato il suo riferimento alla famiglia naturale”2
Là dove venga meno il carattere temporaneo dell’affido vacilla però la linea di confine tra il predetto istituto e
quello dell’adozione.
Ma anche sotto altro aspetto la linea di demarcazione non è poi così netta.
Si è detto che nell’affido coabitano due famiglie, mentre nell’adozione la famiglia adottiva si sostituisce
definitivamente a quella naturale. Tuttavia, in un certo qual modo, si può affermare che i genitori naturali
siano presenti anche nella famiglia adottiva: nei ricordi del figlio, se li ha conosciuti, o comunque nel suo
immaginario quando abbandonato alla nascita. Certamente si tratterà di una presenza simbolica, non reale,
concreta come, invece, nell’affido, e tuttavia di una presenza importante per la costruzione dell’identità del
minore adottato dal cui confronto, anche per i genitori adottivi, è impossibile prescindere.
2 Greco O. Terre di mezzo tra affido e adozione in “Allargare lo spazio familiare: adozione e affido”, Vita e Pensiero
(2014)
In conclusione, adozione ed affidamento sono sì due istituti giuridici differenti, ma non necessariamente in
netta contrapposizione. Potremmo, invece, pensarli come i poli opposti di un continuum ove vi è spazio per
soluzioni intermedie che riflettano la complessità della realtà, realtà che non sempre le leggi possono
semplificare, ma che a volte è solamente necessario accogliere.

Articolo pubblicato anche nel blog della Associazione “Genitori si diventa”

About the author

Related

JOIN THE DISCUSSION