Molte meno adozioni

Sono stati recentemente pubblicati alcuni dati statistici, che riguardano il mondo dell’adozione nazionale e internazionale. La rivista Vita,  che si occupa di tematiche sociali, in un recente Articolo ha messo in evidenza come le adozioni in Italia, ma a dire il vero anche nel resto del mondo, siano fortemente diminuite. Sono state pubblicate anche le statistiche ufficiali per gli anni 2014 e 2015 relative alle adozioni internazionali dalla Cai (Commissione per le adozioni internazionali).

Raccogliendo alcune indicazioni fornite dal Centro Studi Nisida  – l’articolo di Vita ci mette di fronte a una realtà poco confortante. Le domande di adozione e le adozioni realizzate, sono diminuite moltissimo negli ultimi tre anni. Capire, in modo scientifico, quali siano le motivazioni di questo pesante calo è senz’altro difficile, sebbene sia decisamente utile per potersi attivare e invertire la tendenza. Di certo ad oggi rimane la consapevolezza che dietro ai numeri ci sono i bambini, ovvero che dietro ai numeri mancati ci sono bambini a cui manca, nella realtà, una famiglia.

I genitori raccontano

In molti hanno cercato di dare motivazioni a questo calo: senz’altro è significativo che il calo di domande di adozione,  si accompagni ad una legge recente che ha permesso anche in Italia la fecondazione assistita cosiddetta “eterologa”. In realtà, in questi pochi anni, molti sono i cambiamenti avvenuti nel mondo dell’adozione, che hanno portato a disilludere i potenziali genitori e a frenarli dall’affrontare il percorso necessario a diventare genitori per adozione.

Ancora non moltissimi anni fa, quando iniziai il percorso che mi ha portato ad adottare i miei figli, la possibilità di informarsi e confrontarsi con altre persone e famiglie adottive, era circoscritta ad alcune associazioni familiari di volontari e a pochi forum in rete (e le informazioni erano scarse e frammentarie).

La situazione attuale è alquanto diversa. Se prima si scriveva soprattutto nei forum, facendolo in larga parte in modo anonimo – e ancora non era così diffusa l’abitudine a comunicare in modo diretto e veloce, oltre a parlare nel virtuale con minor soggezione di fatti personali  – oggi gli strumenti e i veicoli di comunicazione sono numerosi e molto frequentati.

E’ quindi possibile, oggi molto più di ieri, tramite la condivisione e la facilità di comunicazione nei social e nei blog, personali o di gruppi di genitori, venire a conoscenza di esperienze raccontate direttamente dai protagonisti, che mettono in chiaro le grandi difficoltà che spesso il percorso adottivo comporta; in tutti i suoi aspetti e in tutti i periodi, sia prima di avere a casa i bambini, sia dopo l’ingresso dei bambini nella famiglia.

Da un altro lato, il mondo adottivo è stato oggetto negli ultimissimi anni, anche dell’attenzione di molta stampa nazionale e anche della comunicazione televisiva, che ha indagato e raccontato avvenimenti che destassero scalpore e interesse mediatico. Questo mettere sotto i riflettori il mondo adottivo, cercando di evidenziare soprattutto aspetti scandalistici e oscuri, più o meno dimostrati e veritieri – andando dalla prima pagina dell’Espresso con scritto “Ladri di bambini” ai programmi di Barbara D’Urso dove genitori biologici cercano i propri figli biologici adottati dichiarando che erano stati loro tolti controvolontà- non ha di sicuro aiutato a dare una visione positiva dell’adozione e a ispirare coppie insicure e indecise.

Per capire di più, cosa ci raccontano in realtà le esperienze dei genitori adottivi? E quali sono le differenze tra gli anni in cui l’Italia sanciva l’ingresso di oltre 4.000 bambini dai paesi stranieri nell’anno 2010, oltre alle adozioni nazionali, ed oggi che ne contiamo meno di 2.000?

Una strada difficile

In primo luogo ci raccontano che adottare un bambino è una strada difficile, che come per una gravidanza biologica quale bambino arriverà non lo sai fino a quando non lo vedi, e soprattutto quale bambino sarà negli anni futuri lo scoprirai, come si dice, solo vivendo.

La differenza è che un genitore adottivo, può mettere in campo delle scelte, può decidere a chi affidarsi, può dire di sì e può dire di no. Sembra poco ma è in realtà moltissimo. Perchè un genitore biologico non ha questa possibilità prima che suo figlio nasca, al limite l’ha dopo, rinunciando alla tutela e alla potestà genitoriale nei confronti dei figli.

Questa differenza mette in capo al genitore adottivo un bagaglio di responsabilità e di potenziali sensi di colpa e di rimorsi o rancori spesso insopportabili e ingestibili. Entrano quindi in gioco le domande: se avessi saputo, se mi avessero detto, se avessi fatto o non avessi fatto, se avessero fatto e non hanno fatto e via di seguito.

Perchè pensi che quei figli che arrivano, arrivano come sono anche per quelle che sono state delle tue scelte: hai scelto un ente autorizzato, hai scelto un paese, hai scelto di accettare il rischio giuridico o non lo hai scelto, hai scelto di accettare quell’abbinamento, hai rifiutato quell’abbinamento per accettarne un altro. E ti chiedi: se invece non lo avessi fatto che sarebbe accaduto? E ancora molte altre variabili ci sono per una coppia in cammino.

Come tutti i genitori, anche il genitore adottivo desidera figli belli, sani e intelligenti. Ma se, nella maggior parte dei casi, un genitore biologico pensa che questo dipenda solo dal buon Dio o dal fato, un genitore adottivo sa che il figlio destinato a lui, dipende anche dalle scelte che verranno fatte da un certo numero di persone, che fanno riferimento a enti pubblici e privati e in ultimo, in parte, anche da lui.

Cosa succede quando il figlio tanto desiderato, è un figlio che fa soffrire? Come reagisce un genitore adottivo di fronte a questo?

Qualcuno si chiude in se stesso, cerca di andare avanti nella solitudine, qualcuno chiede aiuto e ottiene aiuto, giusto o sbagliato che sia, non sempre cavandone giovamento. Qualcuno condivide la sua sofferenza e qualcun altro legge o ascolta e raccoglie quella sofferenza, e ci riflette sopra.

Certamente l’incontro di un figlio e di un genitore, è una miscela che non sempre viaggia liscia, e mi chiedo a volte se quello stesso bambino insieme a un’altra mamma o a un altro papà, sarebbe stato lo stesso bambino e viceversa. Se quello stesso bambino, e poi adolescente e poi adulto, ingestibile e fonte di sofferenza per una coppia, sarebbe stato uguale in un’altra famiglia.

Certo i bambini adottati, che nel corso della loro vita attraversano eventi così particolari da condurli a diventare figli per adozione, sono bambini che le conseguenze di quegli eventi particolari li mettono in campo, e quegli eventi particolari incidono sul loro comportamento, sulla loro storia, sulla loro salute fisica, psicologica e anche psichica.

Una famiglia che oggi vuole adottare un bambino ha la possibilità di essere chiaramente informata di tutto questo. Non sempre accade, ma le possibilità ci sono, gli strumenti ci sono.

E giustamente, se informata, si chiede: le nostre spalle sono sufficientemente larghe per portare il peso, che un figlio che a sua volta porta un peso pesante, comporta? E ahimè, spesso la risposta che ci si da è: no.

Ma non sono solo queste le domande che si fanno i potenziali genitori adottivi. Perchè prima delle tribolazioni che un figlio può mettere in campo una volta arrivato, ascoltando i racconti dei genitori adottivi, si viene a conoscenza che molte e perigliose sono le tribolazioni che i genitori adottivi affrontano per potere avere a casa i propri figli.

Se nel merito della adozione nazionale, per esempio, è dura aspettare anche anni prima che una causa intentata dai genitori biologici finisca e quel bambino che già stai crescendo, possa diventare a tutti gli effetti tuo figlio, acquisendo il tuo cognome, nella adozione internazionale le situazioni difficili da affrontare sono varie e soprattutto nella maggior parte dei casi impreviste.

Perchè?

Le adozioni internazionali

La legislazione italiana, prevede in sostanza una speciale gestione mista pubblica – privata, dove i rapporti diretti con lo stato estero sono in prima battuta seguiti dallo Stato italiano tramite la Cai (Commissione per le Adozioni Internazionali), che stipula con gli Stati esteri degli accordi o convenzioni, nei quali si concorda che le famiglie italiane possono adottare bambini privi di cure parentali, nati o viventi in quel paese.

Successivamente però, tutto quanto riguarda i rapporti tra la coppia che desidera adottare e lo stato straniero, viene coordinato da “enti autorizzati” privati, per un totale di 62 enti ad oggi, dei quali 61 privati e 1 pubblico, non statale ma regionale. Questo lavoro presso lo stato straniero, avviene per mezzo di una stipula di un contratto tra privati, (vedi a proposito l’articolo di Heidi Barbara Heilegger) che regola i rapporti e le prestazioni che l’ente fornisce alla coppia che vuole adottare. Questi “enti autorizzati” sono poi sostanzialmente strutture a carattere associativo di tipo no profit e onlus. Svolgono spesso anche altre attività, oltre ad occuparsi nello specifico di adozione internazionale; ci sono strutture piccolissime, che si occupano solamente di adozione e ne seguono pochissime all’anno, e strutture enormi che si occupano anche di molti ambiti legati alla solidarietà sociale, con centinaia di soci volontari e dipendenti.

Gli enti, che sono autorizzati a operare in prima battuta dallo stato italiano, si confrontano poi con le autorità dello stato estero sia a livello centrale che a livello locale, tramite accordi e autorizzazioni a lavorare nel loro territorio, rilasciate direttamente dallo stato straniero, in base a normative specifiche e differenti per ogni stato straniero. Lavorano nello stato estero mediante i cosiddetti referenti esteri, che hanno entrature e contatti con le istituzioni centrali e locali.

Le modalità  con cui questo lavoro viene svolto da parte dei vari enti, è quindi differente da ente a ente, anche se ci sono delle direttive comuni determinate dalla normativa di legge, e differente da nazione a nazione.

Tutti questi enti autorizzati (e il lavoro da loro svolto) sono, in seconda battuta, diciamo così, controllati ancora dalla commissione per le adozioni internazionali, che opera un doppio controllo:  sulla attività dell’ente in generale e un controllo nello specifico sulla singola procedura adottiva, che viene convalidata dalla stessa commissione che, verificata la correttezza dei documenti e dell’iter, autorizza l’ingresso dei bambini in Italia, determinando di fatto l’appartenenza del bambino alla famiglia adottiva italiana.

Questa organizzazione mista, in sostanza pubblica/privata, nell’insieme piuttosto equilibrata, è a mio avviso interessante e funzionale sotto molti aspetti, tanto vero che ha permesso all’italia di svolgere con ottimi risultati un ruolo di primo piano nelle adozioni internazionali, permettendo un ottimo rapporto con molti paesi stranieri. (L’Italia rimane, malgrado la forte diminuzione delle adozioni, ancora il secondo paese al mondo per bambini adottati nel 2015, dopo gli Stati Uniti, che ha senz’altro una popolazione assai maggiore dell’Italia).

Malgrado questo sistema complessivamente efficace, non siamo stati esenti da male gestioni, che hanno portato a comportamenti illeciti, come ad esempio le false procedure in Kirghizistan, dove alcune coppie italiane sono state protagoniste di dolorosissimi episodi, tra i quali l’essere dichiarati genitori di bambini non adottabili, da un falso tribunale, ovviamente a loro insaputa. Se possiamo considerare questo un episodio limite estremo, del quale speriamo di vedere a breve i risultati della causa in corso, molti altri sono gli episodi relativi a comportamenti irregolari, dei quali i genitori e i figli adottivi possono portare testimonianza.

Soprattutto, ciò che rende questo sistema italiano delle adozioni estremamente frustrante per il futuro genitore adottivo, è la assoluta disuniformità di azione dei 62 enti autorizzati. In sostanza, ognuno fa a modo suo. E difficile è riuscire a comprendere appieno quale è l’operatività reale di ogni ente, considerato che per saperla la coppia deve fare affidamento esclusivamente su quanto gli viene riferito dall’ente stesso.

Ci si ritrova quindi di fronte a coppie che, avendo dato incarico a un determinato ente, che ha una sua specifica procedura interna, hanno ad esempio la facoltà di potere scegliere il paese estero dove inoltrare domanda di adozione, e altre invece che non lo possono fare, poichè l’ente al quale si sono affidate non lo permette. Considerato inoltre che le adozioni vengono portate a termine in base in primis alle leggi dello stato estero, che sono per ogni paese diverse, le variabili in campo sono davvero molte; queste varie opzioni sono riferite ad esempio alla differenze di età tra figlio e genitori, agli anni di matrimonio della coppia, alla accettazione di malattie pregresse dei componenti la coppia e molte altre.

Inoltre, la maggior parte degli enti opera in una rosa di paesi esteri piuttosto ristretta, e qualora alcune nazioni decidono di sospendere provvisoriamente o definitivamente l’adozione dei bambini all’estero, è possibile che non vi sia tra i paesi in cui opera quel dato ente, neppure un paese in cui la coppia abbia la  possibilità di depositare la domanda di adozione.

Ancora, occorre mettere in evidenza, che la coppia è vincolata dal cosiddetto decreto di idoneità rilasciatole dal Tribunale per i minorenni, nel quale sono riportate delle specifiche indicazioni sui bambini che la coppia ha facoltà di adottare, in particolare sulla età massima o minima dei bambini e sul numero degli stessi, ovvero se un unico figlio o se due o più minori.

Per tutto quanto sopra è chiaro che tutta la procedura che porta una coppia a congiungersi con un bambino, che era a sua volta in attesa di una mamma e di un papa, è estremamente complessa e coinvolge un numero molto elevato di figure che agiscono per il compimento di questo obiettivo.

Possiamo dire che occorre davvero che tutto quanto l’iter si svolga nel miglior modo, perchè vero è che in ognuna delle fasi della procedura è possibile che si verifichi una anomalia. Un intoppo. Un problema. Dall’inizio alla fine. E purtroppo questo accade, e accade anche abbastanza spesso.

All’interno di un numeroso gruppo di genitori adottivi i cui figli provengono dalla Federazione Russa e dai paesi dell’est Europa, si riuscì circa tre anni fa a realizzare un sondaggio, che benchè sommario risultò estremamente significativo: una coppia su tre aveva sperimentato il dolore enorme di un abbinamento con un bambino poi fallito, una volta ma anche più successive: abbinamenti che, per motivazioni diverse, non si erano poi potuti trasformare in adozione. Una percentuale altissima: una coppia su tre aveva sperimentato un fallimento di procedura. Ma soprattutto un bambino su tre non era riuscito ad avere una famiglia, e avrebbe dovuto aspettare ancora. Le motivazioni che avevano portato a quegli esiti negativi erano molteplici: alcune coppie avevano rinunciato all’abbinamento già in Italia, altre erano andate in Russia ma avevano rinunciato lì senza vedere i bambini, altre invece, ed è il caso peggiore, avevano visto i bambini ma poi, o per loro volontà o non per loro volontà, quei bambini non erano potuti essere loro figli. Tenuto conto che la Federazione Russa è uno dei pochissimi paesi, se non l’unico, che permette alla coppia di rinunciare ad un abbinamento.

I bambini

E una volta che i bambini arrivano in famiglia? Cosa succede a genitori e bambini?

Di tutto di più. Perchè il percorso che porta un bambino nato e poi cresciuto in situazioni specifiche di difficoltà, non sufficientemente accudenti, lasciano tracce. E a questo si devono sommare altri due fattori: un fattore fisico, perchè una non cura nel periodo pre e post nascita significa anche minor salute, e un fattore emotivo, perchè cambiare completamente le proprie cooordinate di vita per inserirsi in un nuovo contesto di crescita è sempre e comunque un forte stress, che ogni bambino affronta con modalità differenti.

Questa somma di situazioni negative, producono sui bambini effetti con i quali i genitori si devono confrontare. E confrontare non è nemmeno la parola giusta. I genitori devono sapere mettere in campo una grande empatia, devono accogliere, in un qualche modo assorbire e rendere il meno dolorose possibili, tutte le manifestazioni di disagio e sofferenza che i figli mettono nel piatto della vita quotidiana. E se in alcune situazioni questo è facilmente sostenibile, a volte le situazioni sono gravi e faticosissime.

Non solo è faticoso per genitori e figli il rapporto all’interno della famiglia, e qui non approfondisco tutte le possibilità, ma rimando alla ampia bibliografia esistente, ma anche il confronto fuori della famiglia, in particolare con la scuola, è spesso faticoso, fonte di grande ansia e difficoltà.

Quali risposte riesce a dare un genitore a queste situazioni critiche? In primo luogo c’è il pensiero di non essere adeguati, di non sapere cosa e come fare. Presi dal grande vortice che provoca un bambino entrato in famiglia con tutte le sue esigenze dichiarate e non dichiarate (pensiamo solo alla difficoltà di comprensione quando non si conosce e parla la stessa lingua) il genitore non ha nemmeno il tempo e la lucidità di rendersi conto di cosa sta facendo e di come lo sta facendo. Poi appena le acque si sono un po’ calmate, ci si accorge che tutto non sta funzionanado come ci si aspettava e il genitore inizia a chiedersi: dove ho sbagliato, dove hanno sbagliato. Si perchè il passo tra incolpare se stessi di una situazione che non si è in grado di affrontare e incolpare altri assolvendosi, è un passo velocissimo e facilissimo da fare.

Perchè se qualcosa non funziona, o è colpa mia, o è colpa degli altri. E chi sono questi altri? Tutti gli operatori con cui ci si è confrontati nel percorso adottivo: l’equipe di valutazione della coppia formata da assistente sociale e psicologo, i giudici del tribunale dei minori, gli operatori dell’ente autorizzato per le adozioni internazionali a cui ci si è affidati, i referenti all’estero, i funzionari dello stato estero dal quale provengono i propri figli e, per l’adozione nazionale i servizi sociali e i tutori che hanno in tutela i bambini.

Non è raro leggere le parole “ci hanno fregati” scritte da genitori adottivi, che lamentano non informazione, non comunicazione e abbinamenti che a loro pensiero non dovevano essere realizzati. Hanno ragione? Forse.

Al momento della domanda di adozione i tribunali chiedono alla coppia di compilare dei moduli precisando nel modulo quali sono le situazioni di criticità che i genitori si sentono in grado di affrontare.

Ma, occorre fare attenzione perchè ad esempio, leggendo la documentazione del tribunale di Milano, queste specifiche riguardano solo l’adozione nazionale. E il modulo cosi riporta:

<<Disponibilità
– per bambini di colore e diversa etnia
– per bambini al c.d. rischio evolutivo
– per figli di tossicodipendenti, alcolisti, malati psichici
– per bambini con disabilità lievi o reversibili
– per bambini sieropositivi
– per ogni tipo di handicap
– per bambini maltrattati
– per bambini abusati sessualmente
– per bambini vittime di fallimenti adottivi
– disponibilità al c.d. rischio giuridico >>
Per l’adozione internazionale queste possibilità di esclusione non sempre sussitono, rimanendo il tutto riferito al rapporto privato tra la coppia e l’ente autorizzato, e la coppia e lo stato estero, nel quale verrà instradata; considerato  che ogni stato estero ha una legislazioni in merito specifica e procedure specifiche.
Chiarito questo aspetto occorre chiarirne uno ulteriore.
Quali sono i motivi che portano un bambino ad essere dichiarato adottabile? Bene, sono in pratica tutti quelli elencati sopra!
Poichè ad esempio anche un bambino non riconosciuto alla nascita, rientra nella voce di cosiddetto “rischio evolutivo”, poichè nulla sappiamo e sapremo di quel bambino e dei suoi genitori biologici e nulla sappiamo di come sarà quel bambino una volta cresciuto (cosa peraltro che vale per tutti i bambini adottati e non). Per cui quella lista non ci assicura l’abbinamento di un bambino come tutti vorremmo sano bello e intelligente, ma ci chiede solamente di determinare quale di quelle situazioni sono per noi meglio affrontabili.
Ma, come scritto, ce lo stanno chiedendo per la adozione nazionale, ovvero per i bambini in tutela allo Stato italiano. E per gli Stati esteri?
Una grande incognita. E qui è vero che il futuro genitore adottivo si ritrova in una giungla nella quale non ci sono cartelli indicatori, non ha le scarpe adatte, non ha mappe e nemmeno l’ombra di un qualsivoglia macete. Sob.
E’ qui che la coppia agisce ognuno come può, come sa, come riesce. Spesso contando sulla fiducia che gli operatori dell’ente autorizzato le hanno ispirato. Spesso non rendendosi pienamente conto di cosa le sta accadendo e di come proseguirà realmente il suo percorso adottivo. Soprattutto non rendendosi conto che le persone che qui in Italia le hanno fatto così tanta buona impressione non sono le persone che troverà all’estero e non sono nemmeno le persone che possono decidere per lei nella burocrazia dello stato estero.

Questo deve essere ben chiaro a chi inizia il percorso adottivo.

Lo stato estero

Il genitore adottivo che guarda quindi al mondo per trovare il suo bambino, il mondo lo affronta senza alcun limite. Ovvero non c’è scritto in nessun luogo se non nel suo decreto di idoneità quali caratteristiche devono avere i bambini che il mondo riserva per lui. E oltre a quello, lui non ha alcun altro diritto di “selezione”, se possiamo esprimerci così. Per lo stato italiano tutti i bambini devono essere potenziali figli idonei per quella coppia per quanto scritto al di dentro del suo decreto di idoneità all’adozione internazionale.

Solo nel momento in cui ci si dirigerà verso un ente autorizzato e verso un determinato stato estero, le caratteristiche di quei bambini che la coppia può e deve adottare, verranno rimesse in gioco. Ma, qualora anche in questa seconda fase non vengano ristrette a seguito di precisa documentazione approvata dallo stato estero, le disponibilità indicate nel decreto di idoneità rilasciato dal tribunale, quelle sono e quelle restano.

Questo deve essere bene spiegato e chiarito dall’ente autorizzato. Deve essere inoltre ben spiegato e chiarito quali sono i bambini che gli Stati esteri rendono disponibili per l’adozione internazionale.

Deve essere chiarito, e deve essere recepito dalle coppie che si avvicinano all’adozione, che i bambini che gli Stati stranieri inseriscono nelle liste per l’adozione internazionale, sono i bambini che hanno minori possibilità  di essere adottati nel loro paese di origine e i bambini che hanno un rischio maggiore di salute; ovvero bambini che se rimanessero nel paese di origine, a causa della mancanza di cure, che comportano sempre un peso economico, avrebbero minor possibilità di sopravvivenza e di una buona qualità di vita.

Negli ultimi anni gli Stati esteri hanno spesso preso decisioni in favore di un potenziamento delle adozioni nazionali, con risultati più o meno positivi, o addirittura hanno deciso di sospendere le pratiche di adozione di bambini da parte di paesi stranieri. Le motivazioni di questo sono legate spesso a scelte di politica interna, difficilmente interpretabili. E’ chiaro però che il potenziamento delle adozioni nazionali in molti paesi esteri, residua per le adozioni internazionali i bambini che hanno maggiori difficoltà di collocamento, difficoltà che solitamente sono riassumibili con una età maggiore e la presenza di patologie.

Le  motivazioni per cui alcuni Stati esteri decidono di fermare il flusso di adozioni verso altre nazioni, e per cui l’Italia decide di non stipulare convenzioni con alcuni Stati, sono determinate anche dalla facilità con cui prassi illecite possono infiltrarsi nelle procedure di adozione. Per cui onde evitare il rischio del verificarsi di adozioni illecite, si eliminano tout court.

Questi aspetti, grazie appunto alla maggiore comunicazione e condivisione verificatesi negli ultimi anni, sono sempre più spesso ben presenti alle coppie che si avvicinano alla adozione: per questa consapevolezza però, le coppie  di conseguenza tendono anche ad allontanarsene.

Le spalle larghe

Ma chi, più o meno consapevole, si avvicina e completa l’iter adottivo, si ritrova poi spesso in “solitaria” a crescere figli che spesso mettono a dura prova. Genitori che malgrado si fossero ben presi le misure, si ritrovano con una larghezza di spalle che non è sufficiente.

Perchè a questa fatica, non si aggiunga anche quella della rabbia per il pensiero di avere subito un raggiro da parte dell’ente autorizzato, dallo Stato italiano, dallo Stato estero, come ho scritto sopra, deve essere chiaro che oltre a quanto scritto nei documenti, i genitori non hanno alcun diritto di escludere dalle proprie disponibilità i bambini se non in base a specifica documentazione.

Possono invece indirizzare il proprio percorso, facendo in modo che ci siano maggiori probabilità che vengano loro abbinati quei bambini che pensano di essere in grado di accogliere meglio. Intendo dire che, ad esempio, se si ritiene di avere difficoltà ad accogliere bambini di età superiore ai dieci anni, ci si dovrebbe rivolgere a enti che operano in paesi che hanno in media in disponibilità all’adozione bambini di minor età. Essendo però consapevoli, che potrebbero diventare genitori, per esempio, di una coppia di fratelli di età diverse, magari di un bambino di due anni e uno di dieci, qualora gli operatori dello stato estero li ritenessero idonei per quella adozione.  In questo caso, gli deve essere chiaro che nessuno ha fatto loro un torto.

Come critto, ogni nazione ha una propria normativa in riferimento all’adozione, per cui alcuni paesi richiedono di indicare una forbice di età, alcuni definiscono in modo più dettagliato le categorie sanitarie, altri privilegiano  l’adozione di più fratelli. Tutto questo poi va comunque commisurato e confrontato con la realtà dei vari paesi: tenendo conto, ad esempio, che in alcune nazioni non esiste una anagrafe efficace, e quindi nessuno può precisare con sicurezza l’età dei bambini; o che in altri paesi, le visite e gli esami a cui sono sottoposti i bambini, sono poche e poco approfondite, per cui difficilmete si potrà avere un quadro sanitario completo e davvero veritiero dei bambini.

I figli

Capita allora che quel bambino di dieci anni, che magari ha alle spalle esperienze di grande sofferenza, che ha sedimentato ormai una cultura, una lingua e ha attivato comportamenti di adattamento alla sua situazione precedente, entri nella nuova famiglia, anche magari con grande empatia, ma soprattutto con grande difficoltà.

Può capitare che i sentimenti di rabbia per la sua storia, la sua esperienza, le sue difficoltà quotidiane nell’affrontare un mondo sociale e familiare a cui lui si sente inadeguato, sfocino in comportamenti violenti. Anche molto violenti, sia contro se stesso, sia contro la famiglia, sia contro altre persone.

Può capitare che un bambino del quale non si conosce tutto quanto lo ha riguardato nel suo tratto di vita precedente, a cominciare dal suo concepimento, dal suo periodo fetale e poi neonatale, dai suoi primi anni di vita fino al momento in cui entra nella famiglia adottiva, metta in campo di colpo problematiche comportamentali e sanitarie alle quali i genitori non sono assolutamente preparati e pronti.

E qui casca l’asino: come possono questi genitori rispondere efficacemente alle richieste di questi bambini e in seguito di questi giovani adulti?

Come possono reggere il colpo, essere in grado di sostenere nel modo corretto se stessi e i figli? Perchè se la famiglia si rompe, come si dice, i cocci sono suoi: il dolore delle separazioni è spesso grande, difficile da superare, che siano separazioni tra coniugi o tra coniugi e figli adottivi.

Quante le recriminazione che insorgono in chi ha voluto un figlio, ha percorso la strada dell’adozione per sentirsi finalmente genitore nell’amore per un figlio, e si ritrova invece a gestire crisi violente, durante le quali quel figlio che si immaginava amorevole e magari anche riconoscente per essere stato portato via dall’istituto, si scaglia con insulti verbali e con attacchi fisici contro i genitori?

Quale dei due genitori meglio incassa? Quale dei due genitori resta comunque fermo e continua ad accogliere quel figlio, quale dei due genitori cede e quel figlio lo rifiuta? Perchè è vero, quel figlio che ha davanti è così lontano, troppo lontano dal figlio immaginato. Quale è la famiglia che di fronte alla scelta tra un fratello e un altro, magari tra il figlio biologico e il figlio adottivo, si trova nella inaffrontabile scelta di allontanare uno per rendere migliore (vivibile?) la vita quotidiana all’altro?

Domande a cui rispondere è davvero dura.

I genitori

Nel mezzo delle tempeste dentro le quali la vita ci butta, difficilmente  si è in grado di pensare, di organizzare strategie per se e per gli altri;  spesso si riesce davvero solo a respirare per potere vivere fino al giorno dopo.

C’è poco da fare, se stiamo affogando in alto mare, possiamo cavarcela solo se arrivano a salvarci, se qualcuno ci aiuta a tirarci fuori dall’acqua e a metterci in salvo.

Quindi punto primo: farsi vedere e chiedere aiuto.

Punto secondo: chiedere un aiuto mirato. Come espresso dal professor Palacios in un recente convegno tenutosi a Milano nel maggio del 2016 (“I fallimenti nell’adozione: risultati di ricerca e indicazioni per la prevenzione“) spesso il problema è proprio il tipo di aiuto che la coppia riesce a ricevere. Perchè se a volte è la coppia stessa che non chiede aiuto, ancora più spesso è l’aiuto che non è idoneo. Perchè?

  • Perchè non è chiara e corretta la comprensione del problema e di conseguenza dell’aiuto necessario;
  • perchè l’aiuto è richiesto allo specialista sbagliato;
  • perchè lo specialista è giusto ma non è però sufficientemente qualificato per affrontare il campo specifico dell’adozione;
  • perchè non c’è coordinamento tra specialisti;
  • perchè l’aiuto è giusto ma nè i genitori nè i figli lo vogliono recepire.

Strumenti di aiuto

L’unica possibilità per la famiglia adottiva di non restare chiusa nella sua sofferenza è condividere le esperienze e approfittare di ogni possibile sollecitazione di aiuto venga offerta. In primo luogo è determinante l’informazione.

Il contatto e il confronto tra famiglie può mettere in luce percorsi comuni, prassi positive ed efficaci e aiutare a comprendere le situazioni ascoltando l’esperienza degli altri.

Indispensabile quindi la rete di contatto tra famiglie. Attuata in qualunque modalità: tramite il confronto reale e tramite il confronto virtuale. Comunicazione e condivisione. Affinchè si avvii un processo virtuoso di salvaguardia del nucleo familiare.

Un processo che deve proseguire oltre la rete: è indispensabile l’aiuto delle persone che per lavoro “sanno aiutare”. I cosiddetti specialisti: visti da  molti come fumo negli occhi, ma strumenti indispensabili per ottenere veramente passi in avanti migliorativi dello stato di fatto. Sia tramite un rapporto diretto con i genitori sia con i figli.

Un aiuto che allarghi le spalle fino alla misura che serve.

Affinchè si avveri quel mistero per cui sentiamo un figlio non nato da noi davvero nostro figlio. Affinchè un bambino e poi un uomo senta che una persona dalla quale non è nato sia per lui padre, sia per lui madre, sia la sua famiglia.

Perchè malgrado tutto quanto scritto sopra, essere genitori per adozione, è e rimane, essere genitori. Con le gioie infinite di vedere crescere un figlio che se anche non avrà i nostri occhi avrà ascoltato i nostri pensieri, avrà raccolto le nostre carezze, avrà avuto il nostro amore.

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