Come si può accompagnare i bambini in una strada che da un passato turbolento li porti a una vita serena?

In questo bel documento, scritto per l’associazione di genitori adottivi “Genitori si diventa” dalla psicologa e psicoterapeuta Joyce Manieri, troviamo un utilissimo vademecum per fornire a noi e ai nostri figli buone strategie per goderci la vita.

Consigli tecnici e consigli pratici da acchiappare al volo: Joyce Manieri, “Con il senno del Post: appunti per genitori adottivi sufficientemente buoni”, Genitori si Diventa, Monza

Vi estraggo qui alcune parti dell’articolo, che potrete leggere integralmente al link sopra.

<< […] L’incapacità di alcuni bambini a rispettare le regole formali ed informali, gli scoppi di rabbia estrema che non riesce a trovare una soluzione ragionevole ma diventa sempre più incontrollabile, spingono i genitori adottivi a provare sentimenti di intensa delusione e rabbia. Per i genitori diventa difficile sintonizzarsi empaticamente con i bambini, soprattutto quando questi sorridono o addirittura, come riferiscono a volte con angoscia i genitori adottivi, ghignano con un certo disprezzo quando si comportano in modo minaccioso verso di loro. Il crescendo emotivo che dimostra il bambino con questi comportamenti, rischia, allora, di trovare eco nell’adulto. I sentimenti e le emozioni del bambino possono essere così forti da non trovare contenimento, andando ad invadere e sopraffare anche la mente del genitore. Così è possibile che il genitore che viene offeso verbalmente ed aggredito fisicamente dal figlio, all’inizio può essere in grado di pensare “Questo bambino è pieno di rabbia”; ma con il passare del tempo, non essendo capace di tollerare i sentimenti negativi che il figlio gli suscita, può arrivare a dire “Odio questo bambino perché lui è pieno di rabbia e non è degno d’amore”andando ad instaurare un circolo vizioso di rinforzo ai reciproci comportamenti. Altre volte i bambini, pur senza mostrare atteggiamenti oppositori, possono avere comportamenti caotici e dissociativi che possono sconfinare in una vera e propria diagnosi di disturbo dai deficit di attenzione/iperattività.

Spesso, in questi casi, anche il rapporto con l’esterno (scuola, vicinato, comunità) risulta complesso da gestire. Capita spesso, che i genitori adottivi si sentano guardati, additati e giudicati con un conseguente aggravio dell’ansia da prestazione genitoriale. Bambini che si dimenano, urlano, hanno crisi di rabbia improvvise e li aggrediscono per strada rimandano dall’esterno un’immagine negativa di loro, immagine che rischia di combinarsi esplosivamente con l’angoscia interna, sempre in agguato, del fallimento della genitorialità adottiva. Altri bambini, una volta collocati in famiglia, faticano ad abbandonare quelle strategie di sopravvivenza basate sull’inganno (ad es. furto o menzogna) che avevano appreso in altri contesti divita. Davanti a bambini che tornano a casa e raccontano cose che non sono mai successe o che si viene a scoprire che si sono appropriati di oggetti che non sono loro, i genitori rischiano di sentirsi invasi dalla delusione e dalla rabbia. Davanti a questi comportamenti, vissuti come tradimento della fiducia alla base dell’appartenenza familiare, può capitare che i genitori si sentono esasperati. Comportamenti di questo genere, più di ogni altra cosa, rischiano, infatti, di riattivare il fantasma dell’originario; di ciò che fa parte del passato ed è indelebilmente inscritto nei bambini (segni psicologici e/o fisici), ma che non è noto e dal quale i genitori adottivi sono stati e restano esclusi.

Perché mio figlio si comporta così? Dipende dalle sue esperienze pregresse? Perché è adottato? Saremo mai una famiglia come le altre? Perché si comporta così, quando noi gli diamo tutto? Noi genitori siamo abbastanza? >>

<< […]  E’ importante che i genitori comprendano che i comportamenti dei loro figli sono spesso il frutto di una battaglia interiore tra il bisogno di essere amati e l’ansia legata alla prossimità ed alla sua possibile nuova perdita. Così come è importante che essi comprendano che i loro vissuti (di delusione, rabbia, sconforto) non sono patologici, che la  genitorialità adottiva chiede, a più riprese, un lavoro interiore sempre a contatto con le proprie vecchie ferite: una vaccinazione (la formazione, il  sostegno, il confronto di esperienze) e più richiami!

Questi bambini, più che mai hanno bisogno di genitori in grado di contenere e sostenere pensieri ed emozioni penose, senza esserne sopraffatti ed invasi. Bisogna evitare di entrare in quel cortocircuito emotivo che autoalimenta la crisi, cercando di cogliere le angosce sottostanti, i comportamenti messi in atto dai bambini; tenendole sollevate e distinte da quelle che quegli stessi comportamenti sono in grado di elicitare in noi. Questo non vuol dire essere genitori perfetti, non perdere mai il controllo… vuol dire spostare l’attenzione dagli aspetti di mancanza del bambino alle risorse che possono essere presenti nella relazione di cura. Certo, non sempre è facile e, a volte, può risultare impossibile. Non esistono, infatti, ricette buone per tutti, né i pochi consigli che seguiranno possono essere sufficienti in quelle situazioni in cui persistano comportamenti di grave intensità. Tuttavia, un genitore sensibile e responsivo, capace di distinguere ciò che prova lui da ciò che sente il bambino e di considerare il problema non come venuto da lontano con il figlio, ma nato da un incontro… può fare la differenza >>.

<< […] I cinque campi d‘azione su cui è possibile incidere, in un lavorio complesso e dinamico, per favorire il processo di resilienza nel bambino sono:

1.    Reti sociali e accettazione dell‘individuo: l‘accettazione incondizionata del bambino, che gli dà la certezza di essere amato;

2.    Capacità di trovare una logica e un senso alla propria vita: l‘ancoraggio alla realtà rappresenta lo zoccolo duro della ricerca di senso, preserva dall‘illusione e dalle manipolazioni. La scoperta del senso può essere favorita in molti modi;

3.    Ogni tipo di atteggiamento relazionale, artistico, tecnico, che una pedagogia appropriata può sviluppare positivamente;

4.    Autostima: il tipo di sguardo che si poggia sul bambino, il significato che lui stesso attribuisce alla propria vita, lo sviluppo delle attitudini sono fattori determinanti dal punto di vista dell‘autostima;

5.    Il senso dell‘umorismo: non un atteggiamento di fuga davanti alla realtà sgradevole ma un prendere le distanze da questa, che permette di renderla più sopportabile. E‘ composto di compassione verso l‘imperfezione, accettazione del fallimento, capovolgimento della prospettiva, paradosso e capacità di gioco.

La sottolineatura degli aspetti dinamici ed evolutivi, attribuisce alla resilienza contemporaneamente una duplice natura: da un lato è un tratto di personalità, ovvero una qualità presente in misura diversa in ognuno di noi, dall’altro è un processo, che può essere costruito e potenziato lungo tutto l’arco della vita.

Ciò ha importanti ricadute in ambito psicoeducativo, in quanto innanzitutto vuol dire che la resilienza può essere acquisita in un processo di apprendimento.

Questo apprendimento può essere, allora, sostenuto e promosso dai genitori?

Costruire la resilienza dei bambini attraverso relazioni di attaccamento positive

Nel processo costitutivo della resilienza i genitori, ovvero la comunità più prossima al bambino, svolge un ruolo fondamentale. La qualità dell‘attaccamento madre figlio ha un ruolo essenziale nello sviluppo emozionale e cognitivo del bambino; un attaccamento sicuro costituisce una sicurezza psichica di base che permette di far fronte ai traumi cui il bambino si può trovare esposto, aumentando così le possibilità di superarli e di conseguire un adattamento positivo.

Bowlby afferma che gli individui necessitano di una mappa del mondo per controllare e manipolare l’ambiente e ciò mediante due differenti modelli: uno ‘ambientale’, che informa sulle cose del mondo, ed uno ‘organismico’, che informa su se stessi in relazione al mondo. Le ripetute interazioni del bambino con il mondo esterno portano allo strutturarsi di modelli operativi interni (MOI), ovvero modelli rappresentazionali utilizzati dal bambino per predire il mondo e mettersi in relazione con esso. L’evoluzione teorica proposta negli ultimi decenni da Fonagy (2001), ha introdotto i concetti di “mentalizzazione” e”funzione riflessiva”, ovvero l’esercizio di quelle capacità mentali che generano la mentalizzazione. Mentalizzazione e attaccamento si alimentano a vicenda. Infatti, a livello della mente, le relazioni di attaccamento, attraverso gli scambi emotivi con il caregiving, aiutano il cervello immaturo del bambino. Tali scambi, perché si crei un rapporto di attaccamento sicuro, devono essere caratterizzati dalla capacità dell’adulto di reagire in maniera pronta ed adeguata ai segnali trasmessi dal bambino, fornendo risposte che favoriscano la produzione di stati emozionali positivi e che facilitino il controllo di quelli negativi. Difatti, nei primi mesi di vita il neonato sperimenta inevitabilmente uno stato del “Sé non psicologico” (fisico o “pre-riflessivo”) in cui rappresenta il mondo e sé stesso in termini prevalentemente somatici. Questo stato del Sé è probabilmente presente alla nascita in forma primitiva e matura completamente verso i sei mesi di vita. Per poter sviluppare un “Sé psicologico” (“Sé riflessivo”) il bambino necessita di una relazione con una persona che rifletta il suo stato mentale e pensi a lui considerandolo un essere pensante. Questa funzione si manifesta in due modalità complementari: chi si prende cura del bambino (caregiver) quando lo guarda tenta dirappresentarsi ciò che sta provando, i suoi bisogni, i suoi pensieri, le sueintenzioni cercando di interpretarli e di comprenderli; nello stesso tempo rende espliciti e accessibili i propri processi mentali traducendoli in espressioni del volto, in azioni fisiche e in un linguaggio comprensibile, permettendo al bambino di riconoscersi e proponendo un modello di funzionamento riflessivo nel quale identificarsi. In questo modo le attribuzioni relative agli stati mentali di sé e degli altri vengono incorporate all’interno dei Modelli OperativiInterni.

Ciò che ne risulta è una maggiore capacità del bambino di far fronte ai traumi, sia fisici che psicologici.

La ricerca ha dimostrato una certa stabilità dei modelli di attaccamento acquisiti nella prima infanzia lungo tutto l’arco della vita; tuttavia sarebbe proprio la continuità nello stile di accudimento che viene sperimentato a garantirne la stabilità. Ciò significa che l’interruzione in uno stile di accudimento, in senso migliorativo (maggiormente sensibile e responsivo) ad esempio con l’inserimento in famiglia per adozione, può portare per effetto delle nuove esperienze ad una revisione dei modelli di attaccamento.

In tal senso, i genitori adottivi assumono un ruolo importante e possono diventare tutori di resilienza. La resilienza non si costruisce individualmente, ma attraverso legami di attaccamento costruiti per tutta la vita.

Edith Grotberg (1995) focalizza l‘attenzione sui punti di forza che derivano da una positiva relazione di attaccamento nella costruzione della resilienza.

Secondo l’autore, i tre elementi costitutivi della resilienza – cognitivi, emotivi e comportamentali – sono:

I HAVE (Io ho – resilienza cognitiva), “Io ho intorno persone che mi amano e mi aiutano”, rappresenta l’area del sostegno e della fiducia in se stessi e negli altri;

I AM (Io sono – resilienza emotiva), “Io sono una persona simpatica e rispettosa di me stesso e gli altri”, che rappresenta i punti di forza interiori che aiutano a sviluppare fiducia, autonomia e senso di responsabilità;

I CAN (Io posso – resilienza comportamentale), “Io riesco a trovare il modo per risolverei problemi e io posso controllare me stesso”, che permette di acquisire competenze relazionali e di problem solving.

Questi tre elementi devono combinarsi insieme perché si possa sviluppare la capacitàdi affrontare le diverse difficoltà della vita. Questo vuol dire che un bambino può essere amato, ma se non ha la forza interiore o abilità interpersonali sociali, non ci può essere resilienza. Ugualmente, un bambino può avere una grande stima di sé, ma se non riesce a comunicare con gli altri o a risolvere i problemi e non ha nessuno che lo aiuti, e così via.

E‘ in questa prospettiva educativa che i genitori possono giocare il ruolo di “tutori di resilienza”. Essi possono imparare a fornire ai loro figli che hanno avuto esperienze sfavorevoli infantili un senso di sicurezza, di dedizione e di cura ed aiutare, così, i loro ragazzi a sviluppare un senso di fiducia e diapertura verso un apprendimento positivo e verso nuove esperienze emotive. L’introduzione nel loro percorso esistenziale del calore, della cura, dell’empatia, della stabilità e di un senso di appartenenza, apre la strada all’apprendimento di nuove strategie di coping e fa emergere una nuova capacità, quella di integrare, risignificandole, le esperienze negative passate in un’immagine comunque positiva di sé.

Consigli per i genitori: non una risposta ma mille domande da porsi per dare senso

Allora come comportarsi davanti a comportamenti bizzarri o difficili da gestire? Quale l’atteggiamento migliore da avere?

Mi piacerebbe avere una risposta univoca che dia sollievo alle angosce dei genitori adottivi, ma purtroppo non è così. Non esiste un’unica modalità od un atteggiamento di sicuro successo; si possono solo proporre strategie di processo ed ipotesi alternative.

Certamenteuna lettura del fenomeno che utilizza il quadro teorico di riferimento sopradescritto ha il vantaggio di tracciare un processo attraverso il quale cogliere e dare senso ai pensieri ed ai sentimenti dei bambini, comprendendo le strategie difensive che hanno adottato per far fronte alle loro ansie ed ai sentimenti negativi e difficili da sopportare.

Non una semplice ricetta dunque, ma i principi di base per poter offrire il più possibile contesti di vita riparativi.

Aiutate i figli a organizzare il loro modo di pensare e a regolare le loro emozioni e i loro comportamenti.

E’ importante che i genitori davanti ai comportamenti del figlio cerchino di stabilire con chiarezza cosa sta accadendo nella mente del bambino, quali sono le caratteristiche fondamentali del comportamento e del contesto in cui esso si scatena, in modo da ipotizzarne il senso.

Altresì, è importante che i genitori si interroghino sui loro vissuti, su come quel determinato comportamento del figlio li fa sentire e perché. La capacità di distinguere tra i propri pensieri e sentimenti e i pensieri e sentimenti espressi dal bambino con un determinato comportamento, ci permette di padroneggiare i nostri sentimenti e, per effetto di ciò, il bambino può imparare ad esprimere e a regolare i propri affetti.

Per fare questo i genitori dovranno:

  • Prestare molta attenzione al bambino, annotando i comportamenti insoliti o difficili;
  • Cercare di mettersi nei panni del bambino;
  • Prevedere ed evitare sulla base delle osservazioni ciò che può causare confusione al bambino;
  • Esprimere interesse per i pensieri e i sentimenti del bambino;
  • Organizzare attività condivise e piacevoli, come ad esempio la lettura di storie, facendo commenti relativi ai sentimenti che provano come adulti e a quelli del bambino;
  • Verbalizzare e discutere le emozioni legate alle situazioni quotidiane;
  • Dare senso al mondo spiegando come funzionano le cose ed esplicitando i rapporti di causa ed effetto;
  • Utilizzare film o esempi reali per parlare del motivo per cui persone possono sentire cose diverse o esprimere i sentimenti in maniera diversa;
  • Incoraggiare il bambino a pensare prima di agire e aiutarlo a recuperare quando perde il controllo, elogiandolo se ci riesce.

Comunicate loro un senso forte di disponibilità fisica ed emotiva, sia quando siete insieme sia quando ognuno è per conto proprio.

E’ importante che i genitori abbiano fiducia nelle loro capacità di prendersi cura di quel bambino trovando le modalità più adeguate per continuare a dimostrargli la propria “discreta disponibilità” anche quando sembra che non vogliano comunicare o essere aiutati.

Per fare questo può essere di aiuto:

  • Stabilire delle routine quotidiane il più possibile stabili;
  • Gestire le separazioni in modo attento, comunicando apertamente il perché e per quanto tempo;
  • Condividere un calendario per aiutare il bambino a prevedere e anticipare gli eventi;
  • Consentireal bambino di portare con sé un piccolo oggetto o foto da casa quando si allontana.

Fate sentire il bambino accettato in modo incondizionato per quello che è, con le sue difficoltà e i suoi punti di forza.

Per fare questo è necessario innanzi tutto interrogarsi sulla propria capacità di accettarsi davvero con i propri limiti e le proprie difficoltà e mantenere come principio fondamentale dell’agire e del pensare, la speranza e la fiducia nelle proprie e nelle altrui potenzialità.

Vanno scoperte e sostenute le attività e gli interessi che piacciono ai nostri figlie nei quali possono riuscire, così come va posta particolare attenzione al contesto scolastico, alla sua sensibilità e capacità di valorizzare nei nostri figli un sentimento di efficacia. E’ importante, poi, avere una comunicazione aperta, non stereotipata e positiva della etnia e della cultura di appartenenza del proprio figlio, avendo cura che la stessa sia presente anche all’interno della famiglia allargata. Vanno elogiate le cose che hanno fatto e ci rendono orgogliosi, ma anche ciò che hanno provato a fare con i loro limiti.

Costruite il senso di appartenenza

I genitori dovranno costruire l’appartenenza dando importanza alla vita familiare alle sue regole e alle sue abitudini, ponendo sempre attenzione ai tempi e alle abitudini che il bambino porta con sé. Al contempo bisogna dimostrare flessibilità dimostrando al bambino che si possono coniugare più appartenenze e che si possono tollerare sentimenti ambivalenti.

I genitori possono:

  • Assegnare nella casa spazi dedicati;
  • Favorire attività condivise eorganizzare un’accoglienza positiva nella famiglia allargata e tra gli amici di famiglia;
  • Organizzare l’accoglienza scolastica affrontando con gli insegnanti il tema del divenire famiglia per adozione e delle parole per parlare in classe di adozione;
  • Costruire una narrazione della storia personale del figlio che sfoci nella storia dell’incontro grazie alla quale si è divenuti famiglia e che contenga fatti, foto, disegni e racconti in grado di connettere il passato con il presente.>>

 

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