“I diritti dell’Infanzia e dell’adolescenza in Italia. 8° Rapporto di aggiornamento sul monitoraggio della Convenzione sui diritti  dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia 2014-2015”. E’ all’interno di questo documento che possiamo trovare una fotografia sufficientemente precisa dei bambini che in Italia si trovano senza cure familiari, ovvero che non vivono insieme a uno o a entrambi i genitori che li hanno generati. In sostanza sono i bambini che vivono in affido presso altri parenti, presso altre famiglie, all’interno di case famiglia o all’interno di comunità. L’indagine è svolta a cura di un gruppo di associazioni denominata CRC (child rights connect  www.gruppocrc.net), una onlus internazionale che si occupa della tutela dei bambini a livello mondiale, composta per l’Italia da un gruppo di 90 associazioni, che si interessano a diverso titolo della tutela dell’infanzia; il significato italiano dell’acronimo è: “Gruppo di Lavoro per la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza”.  Nel capitolo quarto, Titolato “Ambiente famigliare e misure alternative”, l’indagine affonta la situazione dei “minori privi di un ambiente familiare”, che è in alcuni casi premessa alla dichiarazione di stato di adottabilità dei bambini.

A seguire un estratto dell’indagine, i cui dati sono riferibile all’anno 2012, e che allo stato attuale è la valutazione più aggiornata.

Cap. I – Misure generali di attuazione della CRC in Italia  << … >>

8 – La raccolta dati

<< … >>  Pur apprezzando il sistema di rilevazione S.in.Ba (Sistema informativo nazionale sulla cura e la protezione dei bambini e delle loro famiglie) (nota amargine 117 nell’originale), previsto dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, il monitoraggio dei minori fuori dalla famiglia continua a presentare notevoli lacune. I dati disponibili al momento della stesura del presente Rapporto si riferiscono infatti al 31 dicembre 2012 (118), quindi oltre due anni fa, e continuano a presentare carenze, incongruenze e lacune, che ostacolano l’individuazione dell’intervento più appropriato per il singolo minore. Continuano infatti ad essere carenti i dati relativi alle cause dell’allontanamento e alle motivazioni della scelta di accoglienza (perché comunità o perché affido), ai tempi di permanenza in comunità e in affido, alle motivazioni che determinano la durata temporale dell’accoglienza e alla tipologia della struttura di accoglienza. Così come continuano a permanere modalità di rilevazione disomogenee tra le diverse Regioni, tra le Regioni e il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e tra i diversi Enti preposti alla rilevazione (Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e ISTAT) rendendo complessa e a volte impossibile un’analisi comparata e complementare). Si segnala inoltre che l’incomparabilità dei dati è anche determinata dalla non coincidenza temporale delle rilevazioni effettuate dai diversi Ministeri: la rilevazione del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali è datata al 31 dicembre 2012, mentre i dati diffusi dal Ministero della Giustizia sono al 31dicembre 2013 (119). Di difficile spiegazione resta anche, nel 2014, il divario esistente tra i dati forniti dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e quelli forniti dal Dipartimento per la Giustizia Minorile in riferimento agli affidamenti familiari consensuali o giudiziari (120). La Banca Dati Nazionale dei minori adottabili e delle coppie disponibili all’adozione (121) è operativa soltanto in 11 Tribunali per i Minorenni sui 29 esistenti (122). Da ciò deriva la difficoltà nel garantire a ogni bambino adottabile la scelta della miglior famiglia – con ritardi negli abbinamenti e minori opportunità per quei bambini di più difficile adozione – e di quantificare e monitorare la situazione dei minorenni che pur essendo adottabili non vengono adottati. Nel 2010 la stima realizzata dal Centro Nazionale di Documentazione e Analisi per l’infanzia e l’adolescenza era di 1.900 minorenni che, pur essendo adottabili, si trovavano in affido o in comunità; la maggior parte di loro da oltre due anni (123). Il monitoraggio realizzato dal Ministero della Giustizia, ma non pubblicato, relativo al febbraio 2014, riporta invece 300 minorenni adottabili non ancora adottati dopo sei mesi 124. << … >>

Cap. IV – Ambiente famigliare e misure alternative. << … >>

2 – Minori privi di un ambiente famigliare  I dati: un problema ancora irrisolto. Anche in questo report occorre segnalare ancora una volta che i dati raccolti al 31.12.2015 continuano a presentare carenze, incongruenze e lacune, in riferimento soprattutto alla rilevazione di importanti informazioni necessarie per una corretta, documentata e contestualizzata conoscenza della realtà di accoglienza residenziale e dell’affidamento familiare; informazioni utili anche per sostenere adeguate politiche di programmazione e d’intervento a favore dei minorenni temporaneamente fuori famiglia, nel rispetto di quanto previsto dalle “Linee Guida ONU sull’accoglienza dei bambini fuori famiglia d’origine” (6), e allo scopo di garantire l’appropriatezza di ogni intervento. Nell’introduzione ai Quaderni della ricerca sociale n. 31 – ad opera del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali – dopo un’ampia presentazione dell’accidentato percorso di rilevazione dei dati, si precisa che “Le considerazioni sin qui sviluppate invitano dunque a prudenza nella lettura dei dati collezionati pur non inficiando la tenuta complessiva dell’operazione di monitoraggio realizzata, ma semmai connotandola per fornire al lettore le giuste chiavi di lettura dei percorsi e delle evidenze emerse. Resta poi di fatto intatta l’utilità conoscitiva di tale operazione che si esplica: nella messa a disposizione ai fini programmatori dei decisori politici […] di una stima sufficientemente aggiornata del fenomeno”. Continuano infatti a essere carenti i dati relativi alle cause dell’allontanamento (7) e alle motivazioni della scelta di accoglienza (perché comunità o perché affido), ai tempi di permanenza in comunità e in affido (8), alle motivazioni che determinano la durata temporale dell’accoglienza e alla tipologia della struttura di accoglienza.Questi dati in particolare mancano per i minorenni nella fascia di età 0/5, laddove è importante sapere se questi bambini sono accolti in comunità familiare con la presenza stabile di una famiglia/adulti o in comunità educativa o se sono accolti in comunità insieme a un genitore. Così come mancano strumenti e dati di rilevazione utili a restituire unicità e continuità alla storia di ogni minorenne.Questa carenza di informazioni rende di fatto impossibile ricostruire la storia di ogni singolo minorenne, al fine di accompagnarlo alla crescita e all’autonomia attraverso un progetto unico, pensato, conosciuto, pertinente e specifico. La mancanza di questi dati – e di un “luogo unitario capace di dare continuità alle singole situazioni” – frantuma la storia di ogni minorenne fuori dalla propria famiglia e la rende esperienza spezzata e incompiuta e impedisce – in ultima analisi – di poter valutare con serietà e obiettività gli esiti degli interventi progettati e gestiti in suo favore. In particolare, si sottolinea come continuino a permanere modalità di rilevazione disomogenee tra le diverse Regioni, tra le Regioni e il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e tra i diversi Enti preposti alla rilevazione. I dati riportati nei Quaderni della ricerca sociale n. 31 dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e dall’Istituto degli Innocenti e quelli della rilevazione ISTAT – seppure entrambi riferiti al 31/12/2012 – sono infatti costruiti utilizzando parametri, indicatori e tipologie disomogenee, rendendo complessa e a volte impossibile un’analisi comparata e complementare. Così come sono scarsamente comparabili le fonti e i tempi delle rilevazioni: alcuni dati sono ancora fermi al 31/12/2010, altri sono stati aggiornati al 31/12/2102, altri ancora al 2014. Inoltre, in merito alla rilevazione al 31/12/2012, appare decisamente preoccupante l’alta percentuale di “non risposte” o “risposte incomparabili” tale da inficiare in alcuni casi l’attendibilità stessa del dato fornito: ci sono Regioni che sistematicamente non forniscono alcuni dati o non li forniscono affatto. La Calabria non ha aderito alla rilevazione proposta; la Liguria e la Sardegna hanno fornito dati discordanti rispetto ai criteri della rilevazione e hanno indicato anche i minorenni accolti nelle strutture fuori Regione, diversamente dalle altre Regioni; l’Abruzzo non ha fornito il dato sull’affidamento familiare; alcune Regioni non scorporano i dati relativi all’accoglienza di bambini con madri maggiorenni; molte Regioni non forniscono tutti i dati richiesti. Si segnala inoltre che l’incomparabilità dei dati è anche determinata dalla non coincidenza temporale delle rilevazioni effettuate dai diversi Ministeri: la rilevazione del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali è datata al 31/12/2012, mentre i dati diffusi dal Ministero della Giustizia sono al 31 dicembre 2013 (10). Dall’analisi di questi ultimi, in particolare, non risulta chiaro il dato dei collocamenti in comunità, consensuali e giudiziari, rilevato annualmente, che appare fondamentale per sapere quanti nuovi provvedimenti ex art. 2 della Legge 184/1983 vengano annualmente disposti. Di difficile spiegazione resta anche, nel 2014, il divario esistente tra i dati forniti dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e quelli forniti dal Dipartimento per la Giustizia Minorile in riferimento agli affidamenti familiari consensuali o giudiziari (11). Così come continuano a essere scarsi e contrastanti i dati relativi alle adozioni nazionali (12).

La mancanza di dati temporalmente comparabili e qualitativamente significativi, al fine di poter accompagnare la storia di ogni singolo minorenne allontanato a scopo di tutela dalla sua famiglia d’origine, richiama inoltre l’urgenza di garantire la strutturazione compiuta della Banca Dati Nazionale, quale strumento di monitoraggio costante della situazione di tutti i minorenni fuori famiglia d’origine accolti in affido e in comunità residenziale. Tale Banca Dati necessita di essere costruita su criteri omogenei e rispettati in tutte le Regioni italiane, per superare le attuali carenze e differenze tra le diverse Regioni e rendere i dati comparabili e univoci, al fine di superare autoreferenzialità e approssimazioni, garantire scientificità delle analisi e completezza delle informazioni, nonché assicurare competenza nella lettura interpretativa dei dati e delle varianze e delle evidenze emerse, da utilizzare quali basi sicure su cui progettare il futuro e costruire politiche a favore del minorenne e della sua famiglia.
Tenuto conto della preoccupante situazione sopra sintetizzata, si ritiene necessario che il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali estenda a tutto il territorio italiano il sistema di rilevazione S.in.Ba (Sistema informativo nazionale sulla cura e la protezione dei bambini e delle loro famiglie)13, rendendo cogente ed effettiva l’applicazione del Decreto n. 206 del 16 dicembre 2014, pubblicato sulla G.U. n. 57 del 10 marzo 2015 e relativo al “Regolamento recante modalità attuative del Casellario dell’Assistenza a norma dell’articolo 13 del DL. 31/05/2010 n. 78 convertito, con modificazioni, dalla Legge 30/07/2010 n. 122 (15G00038)”14, per consentire l’effettività della raccolta dati, con le modalità indicate e nei tempi stabiliti, al fine di rendere omogenee le fonti e i sistemi di rilevazione sull’intero territorio nazionale. Appare inoltre necessario che il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e il Ministero della Giustizia garantiscano un coordinamento preventivo e specifico tra di essi, al fine di rendere comparabili i loro dati, e che il Ministero della Giustizia specifichi i dettagli delle proprie rilevazioni, in particolare rispetto al dato sugli affidamenti di minori, disposti annualmente in via consensuale e convalidati dal Giudice Tutelare, distinguendo l’accoglienza in comunità dagli affidamenti familiari.
a) Affidamenti famigliari.
Dai dati del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (15) emerge che al 31 dicembre 2012 erano 6.750 i minorenni affidati a parenti (6.986 alla stessa data nel 2011) e 7.444 quelli affidati a terzi (7.441 alla stessa data nel 2011) 16, per un totale complessivo di 14.191 affidamenti familiari, un dato di poco inferiore a quello dei 14.255 minorenni inseriti nei servizi residenziali.
In alcune Regioni i minorenni affidati a parenti raggiungono percentuali molto elevate (72,6% in Puglia; 84,7% in Basilicata; 61,3% in Campania); continuano però a mancare su questi affidamenti gli approfondimenti specifici più volte richiesti, e quanto mai necessari, anche per avere elementi di analisi significativi e utili per una loro più corretta valutazione.
Preoccupa, anche quest’anno, il ridotto numero dei minorenni di età compresa tra 0 e 2 anni affidati, rispetto a quelli inseriti in comunità: sono solo il 35,8% (17), nonostante siano conosciute da decenni le conseguenze negative sullo sviluppo del bambino della carenza/deprivazione di cure familiari nei primi anni di vita (18).
Fra le esperienze positive in merito agli affidamenti dei piccolissimi, vanno segnalati in particolare i Comuni di Torino (19), Genova, Catania e Bologna.
Decisamente elevata e crescente è inoltre la percentuale di affidi di minorenni stranieri: rappresentano il 16,6% degli affidati e il 16,2% di loro sono minorenni stranieri non accompagnati (MSNA); per quelli inseriti in strutture residenziali la percentuale sale ulteriormente e raggiunge il 30,4% di cui il 49,5% MSNA (20).
È preoccupante che non vengano forniti dati sui minorenni con disabilità affidati a parenti o a terzi: la loro situazione dovrebbe invece essere presa in considerazione e monitorata anche nelle statistiche (21).
Al 31 dicembre 2012, il 74,2% degli affidamenti era giudiziale, con forti divari da una Regione all’altra (si arriva al 94,8% della Liguria, al 91,3% in Sicilia, all’82,2% in Sardegna).
Lo stesso Rapporto conferma “la tendenza ad intervenire con lo strumento dell’affidamento familiare rispetto a situazioni molto compromesse” (22).
Per invertire questa tendenza, come più volte rilevato, è necessario anzi tutto il potenziamento degli interventi diretti a prevenire l’allontanamento dei minorenni, attraverso sostegni mirati alle famiglie d’origine: a questo proposito, il progetto PIPPI 23 sta avendo riscontri positivi; si segnalano anche altri interventi di affiancamento familiare (24) e significative sperimentazioni condotte in diversi Comuni (progetti di home visiting). Bisognerebbe anche incrementare, in un’ottica preventiva, gli affidamenti consensuali, realizzati d’intesa con i genitori dei minorenni.
Fa ancora riflettere il dato relativo all’elevata durata degli affidamenti familiari: la quota percentuale di coloro che sono stati accolti da meno di 12 mesi è del 18,9%; da 12 a 24 mesi è del 21,5%; da 24 a 48 mesi è del 25%; oltre i 48 mesi è del 31,7%. Il 56,7% dei minorenni è affidato da più di due anni, confermando che la pratica dell’affido “a lungo termine” è ancora una realtà sulla quale è urgente un serio confronto; per avere un quadro più chiaro a questo riguardo, sarebbe necessario anche rilevare gli affidamenti familiari che partono come consensuali e che dopo due anni proseguono come giudiziari (25).
Non sono invece disponibili dati sui tempi di permanenza dei minorenni in comunità. Il 64,1% degli inserimenti è disposto dalla magistratura minorile e ciò fa supporre una condizione molto problematica della famiglia di origine e deve far riflettere sulla mancanza o insufficienza di interventi tempestivi e preventivi.
Il Rapporto ministeriale non fornisce dati sull’operato dei Servizi locali nelle diverse fasi dell’affidamento. Va ribadito con forza che la complessità delle situazioni dei minorenni affidati, che emerge anche dal Rapporto, richiede un impegno costante e articolato delle Istituzioni preposte, dalla formazione e dal sostegno degli affidatari (26) (e, ove necessario, del minorenne), ai supporti alle loro famiglie di origine. Utili indicazioni in merito sono contenute nelle Linee nazionali di indirizzo sugli affidamenti, che rischiano però di essere disattese, se mancano gli investimenti necessari e un’adeguata organizzazione dei Servizi sociali (27).
Il Rapporto segnala 1.094 ragazze/i presenti nei servizi residenziali, di età compresa fra i 18 e i 21 anni, di cui 635 di cittadinanza straniera, ma non indica quanti ultra-diciottenni continuino a vivere con gli affidatari: ciò denota un profondo disinteresse nei loro confronti (28).
Sulla tutela dei legami affettivi del minorenne affidato, il Senato ha approvato il DDL. 1209, che prevede non solo che un minorenne affidato, se dichiarato adottabile, possa essere adottato dagli affidatari, “sussistendo i requisiti previsti dall’articolo 6” della Legge 184/1983, ma sottolinea la necessità di assicurare nel suo interesse “la continuità delle positive relazioni socio-affettive consolidatesi durante l’affidamento” anche quando egli “fa ritorno nella famiglia di origine o sia dato in affidamento ad un’altra famiglia o sia adottato da altra famiglia”. Il testo (29), ora assegnato alla Commissione Giustizia della Camera, è stato accolto favorevolmente dalle associazioni operanti in questo settore, che ne auspicano la rapida approvazione.
b) Le comunità d’accoglienza per i minori
Al 31 dicembre 2012 erano 28.449 i minorenni fuori dalla propria famiglia (30) (meno 939 unità rispetto al 31/12/2011 (31). Di questi,14.255 sono in comunità residenziale (32) (meno 736 rispetto al 31/12/2011). I minorenni accolti in comunità con provvedimento TM superano tuttora quelli affidati a famiglie con provvedimento TM (33).
Dalla rilevazione ISTAT al 31/12/2012 (34), emerge che il motivo di ingresso nelle strutture socio assistenziali e socio-sanitarie è imputabile per il 6,7% a cause di maltrattamento e abuso; per il 44,7% a problemi di incapacità educativa, negligenza, trascuratezza, problemi economici, problemi psico-fisici dei genitori; le altre cause sono riconducibili a minorenni coinvolti in procedimenti penali in custodia alternativa, gestanti o madri minorenni con figli a carico, ed altri motivi (35).
In riferimento alle motivazioni, e pur non conoscendo il dato disaggregato, si ritiene necessario ricordare che la Legge 149/01 prevede che l’allontanamento dei minorenni dalla propria famiglia d’origine non possa essere disposto per le sole motivazioni economiche (36).
È dunque necessario vigilare attentamente affinché ciò non avvenga e la carenza economica sia un’eventuale “concausa” della multi-problematicità familiare e mai la causa determinante dell’allontanamento. I dati al 31/12/2012 indicano una flessione degli inserimenti in comunità (meno 526 rispetto ai dati al 31/12/2010, quando erano 14.781) (37). Il dato permane comunque in crescita rispetto alla rilevazione al 31/12/2005, che registrava infatti 11.543 minorenni accolti in strutture residenziali (38). Al 31/12/2012, il numero dei minorenni accolti in comunità è superiore di 61 unità, rispetto ai minorenni accolti in affidamento familiare (al 31/12/2011 se ne registravano 594 in più) (39). Se si sottraggono però i minorenni in affido all’interno della rete parentale, tale proporzione aumenta (40). I dati al 31/12/2012 (41) confermano che la maggioranza degli inserimenti (64,1% pari a 9.137 minorenni) avviene a seguito di provvedimento della competente Autorità Giudiziaria (42), mentre gli inserimenti per misura amministrativa consensuale sono pari al 21,4% (5.118 minorenni) (43). A ulteriore conferma della difformità nella raccolta dei dati, si segnala che secondo il Ministero della Giustizia solo il 4,6% risulterebbe disposto dai Tribunali per i Minorenni (con una diminuzione del 29,28% negli ultimi 2 anni) (44).
Permane, inoltre, una significativa percentuale (pari al 14,5%) di “non indicazione” della tipologia dell’inserimento nella struttura residenziale, mentre per l’affido familiare la percentuale del “non indicato” è di fatto irrilevante (pari allo 0,5%) (45).
Bambini nella fascia 0/5. Anche in questo Rapporto si conferma la scelta di monitorare con attenzione la presenza di bambini nella fascia di età pre-scolare nelle strutture di accoglienza residenziale (46). Al 31/12/2012 la percentuale dei minorenni nella fascia di età 0/5 è pari al 14,3% (6,7% nella fascia di età 0/2 e 7,6% nella fascia di età 3/5, con punte che raggiungono il 25% nelle Marche e il 24% in Lombardia) (47).
Si registra quindi un incremento – seppur lieve (0,3%) – rispetto ai dati al 31/12/2011, che registravano una percentuale complessiva pari al 14% (6,8% nella fascia 0/2 e 7,2% nella fascia 3/5), ma soprattutto si evidenzia un persistente incremento pari al 3,3% in questa fascia di età rispetto al 31/12/2010 (percentuale complessiva pari all’11% nella fascia di età 0/5, di cui il 5% nella fascia di età 0/2 anni e il 6% nella fascia di età 3/5 anni). A questo proposito è inoltre importante segnalare che in riferimento al numero complessivo di bambini fuori famiglia, nella fascia di età 0/2, per il 64,2% si ricorre alla comunità residenziale come scelta di accoglienza (35,8% per l’affido familiare) e nella fascia di età 3/5 per il 42,7% (contro il 57,3% per l’affido familiare) (48). Per una lettura corretta del dato, è necessario sapere se il minorenne è accolto in comunità con un genitore o da solo, stante l’indubbia differenza nell’accoglienza stessa e nel mantenimento delle relazioni di attaccamento con una figura genitoriale o meno. La situazione complessiva continua a essere preoccupante e richiede l’attivazione di politiche e strategie urgenti, per generare rapidamente una significativa inversione di tendenza, al fine di garantite ai bambini – a partire dalla fascia di età 0/5 – il diritto a crescere in una famiglia.
Relativamente all’età, la rilevazione al 31/12/2012 evidenzia la presenza in comunità soprattutto di adolescenti (nella fascia di età 15/17 anni la percentuale è pari al 44%) e di pre-adolescenti (nella fascia di età 11/14 anni la percentuale è pari al 23,7%), per un totale nella fascia di età 11/17 pari al 67,7%. Si evidenzia un costante incremento relativamente all’accoglienza di minorenni nella fascia di età 15/17, che registra una percentuale pari al 50% dei presenti a fine 2012, contro il 31% nel 1998, il 42% nel 2007, il 40% nel 2008 e il 44% nel 2011 49. Inoltre, per i ragazzi nella fascia di età 15/17, nel 66,2% dei casi prevale l’inserimento in comunità (+5,2% rispetto al 2011), mentre per l’affido familiare la percentuale in questa stessa fascia di età è pari al 33,8% (-5,2% rispetto al 2011). Permane significativa anche la presenza dei bambini nella fascia di età 6/10 anni che al 31/12/2012 è pari al 17,3% (+1,8% rispetto al 2011). Per i bambini in questa fascia di età la scelta dell’inserimento in comunità è pari al 38,6% (61,4% per l’affido familiare) (50).
In riferimento al genere, si registra un incremento della presenza maschile che è pari al 59%, con un incremento del 9,4% rispetto al 31/12/2011 (51,4% in affido familiare) 51; mentre le femmine in comunità sono pari al 39,3%, con indicazioni statistiche simili al 31/12/2011 (40,8%).
Il 48,6% delle ragazze è in affido familiare (52).  Alla fine del 2012, nelle comunità residenziali si registra una  significativa presenza di minorenni stranieri: uno su tre è di cittadinanza straniera (pari al 31% sul totale dei minorenni in comunità), con un’incidenza raddoppiata rispetto al 1998 (16%) e con picchi superiori al 40% delle accoglienze in alcune Regioni (53), mentre in altre si riscontrano percentuali molto inferiori al dato medio (54). Si registra altresì un elevato numero di minorenni stranieri non accompagnati, che trova accoglienza quasi esclusivamente nei servizi   residenziali: il 50% dei minorenni stranieri accolti nelle comunità residenziali è non accompagnato (ovvero 1 su 2), con presenze particolarmente accentuate in alcune Regioni (55). Al 31/12/2012, i neo-maggiorenni nella fascia di età 18/21 accolti in comunità residenziale, a seguito del provvedimento di prosieguo amministrativo , sono 1.094 (71 unità in più rispetto al 2011), di cui 635 sono di cittadinanza straniera. Tale dato – seppure ancora incompleto, non essendo pervenute le informazioni di alcune Regioni – segna ancora la necessità di intensificare le politiche e gli interventi a favore di ragazzi/e neo-maggiorenni in uscita dai percorsi di tutela, affinché sia adeguatamente sostenuto il percorso di avvio all’autonomia quale garanzia del diritto al futuro e all’autodeterminazione.
In tale contesto, si ritiene necessario vengano approvati i progetti di legge e i disegni di legge tuttora giacenti in Parlamento 56, frutto di processi di attivazione, corresponsabilità e buone prassi, di alcune Organizzazioni del Terzo Settore (57). Sembra utile segnalare anche che al 31/12/2012, il 76,8% dei ragazzi accolti nei servizi residenziali ha la residenza nella stessa Regione in cui è ubicata la comunità, con punte significativamente alte in alcune Regioni (58), mentre il 18,6% proviene da fuori Regione, con punte più alte in talune Regioni 59. L’approfondimento di tale dato appare utile ai fini della definizione del progetto individuale e del possibile mantenimento delle relazioni con la famiglia d’origine, così come è un indice sulla dotazione sufficiente o meno delle risorse di accoglienza nelle diverse Regioni.
La rilevazione ISTAT sui presidi residenziali socio-assistenziali e socio-sanitari al 31/12/2012 (60) indica in 15.900 i minorenni accolti in dette strutture (61), comprendendo probabilmente anche i minorenni accolti in strutture socio-sanitarie con il consenso dell’esercente la responsabilità genitoriale e a scopo terapeutico, e dunque non allontananti dalla famiglia d’origine a scopo di tutela (62). Sul totale dei minorenni accolti nei presidi residenziali socio-assistenziali e socio-educativi, il 19% vi risiede insieme a un genitore (63). La rilevazione ISTAT ci dice che il 25% dei minorenni ospiti dei presidi residenziali evidenzia problematiche di tossicodipendenza e alcolismo; il 16,3% risulta affetto da problemi di salute mentale o disabilità.
Questa stessa rilevazione ISTAT dice che il 33,5% dei minorenni dimessi dalle strutture residenziali rientra nella  famiglia d’origine; mentre il 10% esce per un progetto di affido o adozione (il totale dei minorenni reinseriti in famiglia – di origine, affidataria o adottiva – raggiunge quindi il 43,5% del totale).
Il 25% dei dimessi risulta essere stato trasferito in altre strutture residenziali, mentre il 14% risulta essersi allontanato spontaneamente dalla struttura residenziale.
C’è poi una quota di minorenni in strutture residenziali (37%) la cui condizione giuridica risulta essere non nota o non specificata (64).
Nel corso del 2014, la Consulta delle Associazioni promossa dall’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza ha predisposto un “documento-proposta” di definizione degli standard e dei criteri di qualità, per definire le diverse tipologie di comunità di accoglienza (65).
Contestualmente, in data 6 marzo 2015, si è insediato il Tavolo Nazionale per la definizione delle Linee di Indirizzo per l’accoglienza in comunità e la definizione dei criteri di qualità delle comunità di accoglienza (66);
Tavolo costituito dai rappresentanti del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e dai rappresentanti delle Regioni. È altresì prevista la partecipazione dell’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza. Si tratta certamente di importanti scelte e decisioni, finalizzate a rispondere tra l’altro alle richieste avanzate da tempo dalla CRC, ma riteniamo anche necessaria la partecipazione al Tavolo Nazionale dei rappresentanti dei maggiori coordinamenti e realtà nazionali che da tempo operano nell’ambito dell’accoglienza residenziale e nella gestione delle diverse tipologie delle strutture di accoglienza, al fine di rendere il Tavolo luogo sinergico e capace di restituire complementarietà e corresponsabilità tra Pubblico e Privato sociale. In tal senso, dunque, rinnoviamo la richiesta di garantire l’apertura del Tavolo Nazionale, così come sopra auspicato, e riteniamo che il documento elaborato allo scopo dalla Consulta delle Associazioni debba trovare spazio di discussione e di confronto nel Tavolo stesso, al fine di valorizzarne gli esiti raggiunti. << … >>

Il quadro presentato è in effetti di non facile interpretazione. Riuscire a districarsi all’interno dei numeri e delle percentuali per capire quanti e quali bambini restano in una situazione di sofferenza, è difficoltoso. Difficile comprendere appieno che dietro a un numero c’è una vita, c’è una sofferenza. E’ più facile capire da parte di chi quella sofferenza l’ha conosciuta da vicino, attarverso i propri figli adottati.

Emerge sicuramente tra tutti, il dato riferito ai bambini che nella fascia 0-6 anni ancora restano per lunghi periodi di tempo fuori dalle cure di una famiglia; che sia quella di origine biologica, che sia quella allargata parentale, che sia affidataria, che sia adottiva. E’ necessario stimolare sia gli organi pubblici dedicati alla procedure, sia il governo che gestisce e finanzia queste strutture, al fine di far incrementare le loro forze. Incremento di addetti e di stanziamenti economici  dedicati a questa finalità; poichè non possiamo permettere che si continui a tenere i bambini lontani da un loro diritto: crescere ed essere accuditi da persone che li amino e li vedano come unici e speciali.

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